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I CITRI di Mar Piccolo e l'Anello di S.Cataldo

LA CITTA' di Taranto
Con il termine citro, nell'area tarantina viene indicata una sorgente d'acqua dolce che sbocca dalla crosta sottomarina.
Morfologia carsica
Lo stesso golfo di Taranto, infatti, con il Mar Grande e i due seni del Mar Piccolo, ma anche tutte le altre numerose cavità, inghiottitoi e depressioni di un vasto territorio esteso all'altopiano delle Murge sono le manifestazioni di una complessa attività carsica che, in epoche assai remote, ha dato origine alle gravine pugliesi. Gli antichi corsi d'acqua originari, oggi non più visibili in superficie, scorrono tuttora in reti idrografiche sotterranee sfociando appunto nei citri al di sotto delle acque del mar Ionio e dell'Adriatico. Già all'inizio del Novecento, descrivendo le cause e le tracce di questi fenomeni, il versatile scienziato Cosimo De Giorgi faceva riferimento "alla grande estensione delle rocce calcaree in questa zona geografica; alla grande permeabilità all'acqua di alcune di queste rocce (sabbie, argille sabbiose, sabbioni tufacei ecc.); e alle fratture in tutti i sensi nei calcari compatti. Perciò in questa contrada alla circolazione superficiale delle acque si sostituisce per tutto quella sotterranea, come nell'Istria e nel Carso".[2]
Mar Piccolo di Taranto: il vortice d'acqua superficiale che segnala la presenza di un citro sottomarino.
Nella parte settentrionale di entrambi i seni del Mar Piccolo di Taranto sono localizzate rispettivamente 20 e 14 sorgenti sottomarine, che apportano acqua dolce non potabile mescolata con acqua salmastra a contenuto variabile di sali. In corrispondenza, i fondali del Mar Piccolo, normalmente poco profondi (dai 10 ai 12 m con un massimo di 14 m nel seno più esterno, dai 6 ai 9 m con un massimo di 10 m in quello più interno), presentano fosse anche di 30 m dovute all'azione erosiva dei flussi d'acqua sorgiva. Il più ampio di questi citri, il cui vortice era visibile anche in superficie fino alla metà degli anni sessanta (salvo alcuni brevi intervalli durante la siccità dell'estate del 1927),[3] si trova però nel Mar Grande di Taranto ed è chiamato "Anello/Citro/Occhio di San Cataldo", con riferimento da un lato alla sua forma circolare e dall'altro alla leggenda che narra come il santo irlandese (VII secolo), nel giungere a Taranto, avrebbe gettato il proprio anello pastorale in mezzo al mare per placare una tempesta e provocando così la formazione del gorgo.[4]
La gran quantità d'acqua dolce riversata continuamente in mare dai citri tarantini in punti abbastanza circoscritti comporta sia una sensibile e costante diluizione della salinità delle acque marine circostanti, soprattutto in profondità, sia un loro altrettanto sensibile e costante raffreddamento, sia infine un maggior rimescolamento, talora vorticoso, delle acque stesse. Plinio il Vecchio potrebbe riferirsi a questi fenomeni specifici quando afferma «Et ostrea (...) gaudent dulcibus aquis et ubi plurimi influunt amnes», cioè: "le ostriche ... prosperano nelle acque dolci e dove confluiscono molte correnti".[5] La fiorente attività di mitilicoltura attestata nel golfo di Taranto fin dall'epoca medievale renderebbe infatti plausibile l'ipotesi della pesca, se non proprio dell'allevamento, di cozze anche nelle precedenti età greca e romana.[6]
Le donne amano gli anelli di diamanti. Gli uomini, al massimo, gli anelli di cipolla.
Esiste, tuttavia, un genere di anello che metterà d’accordo entrambi i sessi, soprattutto se appartenenti alla specie dei tarantini doc.  Mi riferisco all’anello di San Cataldo che, stando ad un’antica leggenda, avrebbe dato origine, nel Mar Grande, ad una sorgente di acqua dolce chiamata “Citro di San Cataldo” o, in dialetto tarantino, “Anijedde de San Catavete” e “Citre du mare masce”.
San Cataldo: il signore dell’anello
Come forse saprete, San Cataldo era un vescovo irlandese che a Taranto fece moltissimi miracoli (per una rispolverata, potrete rileggere questo post dedicato alla storia del patrono di Taranto). Sotto la sua guida spirituale, la città, in preda alla perdizione, si avvicinò alla fede cristiana.
In un viaggio di ritorno dalla Terra Santa a Taranto, lui e la sua nave furono colti da una spaventosa tempesta. Le onde si gonfiarono sempre di più e l’equipaggio, terrorizzato, chiese al Santo di intercedere per la loro salvezza. San Cataldo si sfilò l’anello pastorale e lo gettò in mare. La tempesta si placò all’istante e, nel punto esatto in cui l’anello era stato immerso, si formò un vortice di acque dolce e fresca come quella di un fiume.
Questo particolare sito del Mar Grande di Taranto viene chiamato, oggi, “Anello di San Cataldo” proprio in ricordo del fantasioso aneddoto, ed è visibile ad occhio nudo, anche se l’occhio non è quello di un esperto. L’acqua si muove in modo insolito, come a formare dei cerchi concentrici.
Non a caso, il nome “citro” deriva dal greco kutros, “pentola”, perché l’effetto è quello dell’acqua contenuta in una pentola sul fuoco, che ribolle in superficie.
Cos’è un citro?
In realtà, il citro non è altro che lo sbocco in superficie di un fiume sotterraneo proveniente dagli altopiani della Murgia tarantina. Nel Mar Piccolo esistono ben 34 citri, nel Mar Grande solo uno, il più grande, dell’“Anijedde de San Catavete”.
Queste sorgenti, che corrono sotterranee fino al loro affioramento, hanno creato le condizioni ideali per la coltivazione delle ostriche e delle cozze, che a Taranto hanno sempre avuto un sapore tutto particolare.
Il segreto della loro unicità sta proprio nella mescolanza dell’acqua salmastra con l’acqua dolce apportata dai citri, che ha fatto sì che i molluschi trovassero nei mari di Taranto il migliore habitat possibile.
Questa è la spiegazione simil-scientifica ma, tolto il camice bianco e stuzzicata un po’ la fantasia, credo che i tarantini sperino davvero che sul fondo del mare, nascosto fra la sabbia, ci sia l’anello del Patrono di Taranto a vegliare sulla città e sui suoi abitanti.
Curiosità sui citri e sull’Anello di San Cataldo
Prima di oggi, i Citri sono stati infatti cantati anche da Tommaso Niccolò D’Aquino nelle “Delizie Tarantine”:
Ivi dolce onda, oh meraviglia ! sbocca
Tra ‘l salso umor, in cui sarà nutrito
L’eletto seme, e quanto più lo tocca
L’alma sorgiva…
Altra curiosità: il dolce tipico della festa di San Cataldo è stato ideato recentemente da un noto panificio tarantino (Panificio DORO) ed è a forma di ciambella, proprio ad evocare l’anello del Patrono della città. Inoltre, il ciambellone abbina la pasta sfoglia salata con la pasta frolla per dolci, a ricordare la mescolanza fra acqua salmastra del mare ed acqua dolce del citro.
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