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FALANTO - tarantotours.it

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FALANTO

PERSONAGGI MITOLOGICI e STORICI
Il moderno dipinto su ceramica, dipinto da Silvana Galeone, che si può ammirare a Taranto in corso Vittorio Emanuele II, ci riporta alle origini leggendarie della città: rappresenta Falanto che ha appena schiacciato un pisolino ed è stato risvegliato dalle lacrime della moglie Etra, versate al pensiero delle molte afflizioni patite dal marito.
Falanto era un valoroso guerriero che aveva condotto gli Spartani alla vittoria contro i Messeni. Dopo la guerra, ci furono vivaci agitazioni interne: i Parteni, a cui Falanto apparteneva, reclamavano il riconoscimento dei diritti civili, ma venivano osteggiati. Ma chi erano i Parteni? Durante la guerra le donne spartane si lamentavano perché non potevano procreare essendo i loro uomini impegnati al fronte; alcuni dei soldati, gli Spartiati, furono allora richiamati in patria allo scopo di incrementare le nascite. I giovani, nati da Spartiati e donne spartane non sposate, venivano chiamati “Parteni” (che significa “figli di vergini”) e non avevano diritti politici perché ritenuti figli illegittimi. I Parteni sentivano che non avevano molte speranze di essere considerati al pari di altri cittadini Spartani, perciò preferirono trasferirsi altrove. A capo di questo gruppo di fuoriusciti vi era proprio Falanto, pronto a cominciare una nuova vita con i suoi compagni.
Prima dell’allontanamento dalla Madre Patria, Falanto volle consultare l’Oracolo di Delfi (la fonte di predizioni più autorevole del mondo greco) per sapere cosa lo attendesse in futuro. L’oracolo dava un responso, che veniva pronunciato dalla sacerdotessa Pizia, ma le sue parole erano diretta espressione del sapere del dio Apollo. Quando qualcuno interrogava l’oracolo per ricevere consigli, Pizia cadeva in una specie di trance e pronunciava parole confuse che un sacerdote addetto parafrasava.
Questo fu il responso che Falanto sentì pronunciare: Quando vedrai piovere dal ciel sereno, conquisterai territorio e città. Falanto si fece coraggio e si preparò a intraprendere il viaggio insieme agli altri Parteni. La traversata in mare fu piena di avversità: venti contrari li spinsero verso il mare Egeo e qui la nave fece naufragio. Ma ecco che un delfino giunse in soccorso di Falanto e lo portò a riva, dove il capo dei Parteni coordinò i soccorsi in favore dei suoi compagni. La nave fu riparata alla meglio e pronta a ripartire.
Dopo giorni e giorni di viaggio, Falanto, stremato, si addormentò sulle ginocchia della moglie Etra, il cui nome significa “cielo sereno”. La donna, pensando alle sventure vissute dal marito, cominciò a piangere e le sue lacrime destarono Falanto. Le parole oscure dell’oracolo furono finalmente interpretate: aveva piovuto dal cielo sereno. Falanto e i suoi compagni si trovavano in quel momento nel golfo di Saturo, alla foce del fiume Tara, ed è qui che fondarono una nuova città e la chiamarono Taranto in onore di Taras, l’eroe che secoli prima era giunto in quegli stessi luoghi. A Taranto, Falanto stabilì un governo aristocratico, ma le sue leggi crearono malcontento fra la popolazione e una violenta sommossa lo costrinse ad allontanarsi dalla città e a rifugiarsi a Brindisi.
Prima di morire, Falanto si ricordò che l’oracolo aveva predetto che Taranto sarebbe rimasta inviolata se le sue ceneri fossero state sparse entro le mura della città. Si raccomandò dunque che le sue reliquie venissero polverizzate e distribuite di nascosto nel foro di Taranto per assicurare il possesso della città ai Parteni. In omaggio a questo gesto, i cittadini riservarono a Falanto onori divini e la sua figura venne rappresentata (così come avvenne per Taras) a cavallo di un delfino su medaglie e monete.

(English version)
The modern painting on ceramics, painted by Silvana Galeone, which can be seen in Taranto in Corso Vittorio Emanuele II, takes us back to the legendary origins of the city: it represents Falanto who was having a nap but was awakened by the tears of his wife Etra at the thought of the many afflictions suffered by her husband.
Falanto was a valiant warrior who had led the Spartans to victory over the Messenians. After that war, there were internal agitations in Sparta: the Partenis, to which Falanto belonged, claimed the recognition of civil rights. But who were the Partenis? During the war, Spartan women complained that they could not procreate as their men were busy at the front; some of the soldiers, the Spartiates, were then called home in order to increase births. The young men, born of Spartiates and unmarried Spartan women, were called “Parteni” (meaning “children of virgins”) and had no political rights because they were considered illegitimate children. The Parthenics felt that they did not have much hope of being considered like other Spartans, so they preferred to move elsewhere. At the head of this group of leavers there was Falanto, ready to start a new life with his companions.
Before leaving the Motherland, Falanto wanted to consult the Oracle of Delphi (the most authoritative source of predictions in the Greek world) to know what awaited him in the future. The response that Falanto heard saying: When you see rain from the clear sky, you will conquer territory and city.
Falanto took courage and prepared to embark on the journey with the other Partenis. The crossing at sea was full of adversity: winds pushed them towards the Aegean sea and here the ship was shipwrecked. A dolphin came to the rescue of Falanto and took him to the shore, where he coordinated the rescue in favor of his companions. The ship was repaired as well as possible and ready to leave again.
After days and days of travel, Falanto, exhausted, fell asleep on the knees of his wife Etra, whose name means “clear sky”. The woman, thinking of the misfortunes of her husband, began to cry and her tears aroused Falanto. The dark words of the oracle were finally interpreted: it had rained from the clear sky. Falanto and his companions were at that moment in the Gulf of Saturo, at the mouth of the river Tara, and it is here where they founded a new city and called it Taranto in honor of Taras, the hero who centuries before he had arrived in those same places. In Taranto, Falanto established an aristocratic government, but his laws created discontent among the population and a violent riot forced him to leave the city and take refuge in Brindisi.
Before he died, Falanto recalled that the oracle had predicted that Taranto would remain inviolate if its ashes had been scattered within the city walls: his relics were pulverized and distributed secretly in the forum of Taranto. As a tribute to this gesture, the citizens reserved to Falanto divine honors and his figure was represented (as was the case with Taras) riding a dolphin on medals and coins.
F A L A N T O
Falanto (in greco antico Φάλανθος?; in latino Phalantus) è una figura della mitologia greca, ecista dei coloni Parteni provenienti da Sparta, marito di Etra.
Figlio di Arato, secondo la leggenda la sua figura è fortemente legata alla città di Taranto, in quanto Falanto sarebbe il fondatore effettivo dell'antica colonia greca.
Il mito di fondazione di Taranto ad opera di Falanto, è rappresentato nel Borgo Antico della città su un pannello ceramico realizzato nel 2005 dall'artista Silvana Galeone, su idea e progettazione del Centro Culturale Filonide.
Il mito
Racconta Strabone nella sua Geografia, come Sparta rischiasse di non avere più una giovane generazione di guerrieri a causa della lontananza degli uomini dalla città, per via delle lunghe guerre messeniche in cui Sparta era contrapposta alla vicina Messenia, vincolati da un solenne giuramento di non fare ritorno a casa prima di aver conquistato la città e i terreni che le appartenevano. Per risolvere il problema della natalità, gli Spartiati acconsentirono affinché i Perieci, potessero unirsi alle vergini Spartane per procreare. Inoltre, come raccontato da Eforo le vergini spartane generarono figli con giovani guerrieri Spartani richiamati appositamente in patria durante le suddette guerre Messeniche. .
Ma i nuovi nati, detti poi Partheni, nonostante addestrati come guerrieri, non poterono alla fine delle guerre godere di tutti i diritti garantiti nella poleis, come quello di ereditare un pezzo di terra sottratto ai Messeni.
Giunse quindi il momento in cui i Partheni, guidati da Falanto, organizzarono una sommossa insieme agli schiavi, per ottenere dall'aristocrazia i diritti loro negati: la sommossa fallì e i rivoltosi, non potendo essere condannati a morte al pari degli schiavi, furono obbligati a lasciare la città alla ricerca di nuove terre.
Prima di partire, Falanto consultò l'Oracolo di Delfi alla ricerca di un responso circa il proprio futuro. L'oracolo di Apollo, tramite la Pizia, così sentenziò:
«Vi concedo di abitare Saturo e siate la rovina degli Iapigi».
Falanto chiese anche un segno con cui capire quando sarebbe giunto il momento opportuno, e l'oracolo sentenziò:
«Quando vedrai piovere dal ciel sereno, conquisterai territorio e città».
Dopo aver affrontato un naufragio e raggiunte le terre degli Iapigi, presero possesso del promontorio di Saturo.
Venne un giorno in cui le ambizioni e le delusioni di Falanto lo videro sedere per terra con il capo poggiato sulle ginocchia della moglie, la quale stanca e scoraggiata, cominciò a piangere e a bagnarlo con le sue lacrime. Ma il nome della moglie Etra (in greco antico Αἴθρα) ha proprio il significato di "cielo sereno", per cui Falanto, ricordandosi dell'oracolo, ritenne giunto il momento di fondare una città: guidando i suoi uomini verso l'entroterra fondò così Taranto, richiamandosi all'eroe greco-iapigio del luogo chiamato Taras.
Mentre gli indigeni riparavano a Brindisi, Falanto poté finalmente costituire in Italia una colonia lacedemone, retta dalle leggi di Licurgo.
In seguito a contrasti con i concittadini (per seditionem), Falanto venne scacciato con ingratitudine da Taranto e si rifugiò a Brindisi, proprio presso gli Iapigi che aveva sconfitto. In quel luogo morì e ricevette un'onorata sepoltura dai suoi ex nemici.
Sul letto di morte, tuttavia, Falanto volle far del bene ai suoi ingrati concittadini: convinse i brindisini a spargere le sue ceneri nell'agorà di Taranto, perché così facendo si sarebbero assicurati la conquista della città. In realtà, l'oracolo aveva predetto a Falanto che Taranto sarebbe rimasta inviolata se le sue ceneri fossero rimaste entro le mura. Così Falanto, ingannando i brindisini, fece un favore ai tarantini che da allora gli resero l'omaggio dovuto ad un ecista.
Falanto non ha lasciato Taranto da eroe: l’ha lasciata da esule.
La tradizione racconta che, dopo aver fondato la città, fu cacciato da una sedizione popolare. Finì a Brundisium, l’odierna Brindisi, proprio tra genti rivali dei Tarantini.
Ed è lì che la storia si fa quasi da film: in punto di morte avrebbe chiesto di bruciare il corpo e di far spargere le ceneri nell’agorà di Taranto. Non per farsi ricordare con un monumento, ma per legare il suo destino a quello della città.
Il colpo di scena è questo: quello che sembra un ultimo gesto di vendetta, nella leggenda diventa una protezione. Un oracolo avrebbe detto che Taranto sarebbe rimasta invincibile finché le spoglie di Falanto fossero rimaste entro le mura. E così il fondatore scacciato finisce per diventare, dopo morto, una specie di guardiano simbolico della città che lo aveva respinto.
Un paradosso bello grosso: via da vivo, presente per sempre da morto.
Quel che non sapevi, in breve
706 a.C.: la fondazione di Taranto
Le ceneri di Falanto nell’agorà di Taranto
La fondazione di una città fa sempre riferimento alla storia, alle fonti certe, a chi e come è arrivato in un luogo e lì si è stabilito ponendo le fondamenta per un nuovo centro abitativo. Spesso però storie così antiche si mescolano con il fantastico, dando origine a una spiegazione leggendaria alla nascita di una città, come quella che narra di come un uomo arrivato dalla Grecia, figlio di Poseidone e della ninfa Satyria, di nome Taras sia stato il fondatore spirituale di Taranto.
Leggenda narra che 2000 anni prima di Cristo, Taras giunse insieme alla sua flotta alla foce di un fiume sulla costa ionica. Quel fiume poi avrebbe preso il suo nome, Tara, e sarebbe diventato molto caro alla città di Taranto. Sulle coste ioniche Taras compiva sacrifici in onore di suo padre Poseidone, quando, un giorno, avvistò un delfino. Egli giudicò quell’evento come una manifestazione della compiacenza e benevolenza del dio per la costruzione di una città in quel luogo. In seguito all’avvenimento Taras decise di fondare una città proprio in quella zona e la chiamò Saturo, in onore di sua madre Satyria oppure di sua moglie Satureia. Questa località esiste ancora.
Un giorno Taras scomparve nelle acque del fiume e, nonostante i suoi compagni continuassero a cercarlo, il corpo non venne mai ritrovato. Si concluse quindi che suo padre lo avesse ammesso nella cerchia degli eroi. La rappresentazione di Taras, che vediamo nello stemma della città di Taranto, lo vede a cavallo di quel delfino che lo incoraggiò nell’inizio della fondazione della città, con in una mano il tridente, simbolo di Poseidone, e nell’altra la clamide, il mantello che i Greci usavano in battaglia.
Ma se parliamo della fondazione di Taranto, non possiamo non raccontare anche la storia di Falanto. Partiamo dall’inizio per capire chi fosse costui e come arrivò a essere il fondatore di Taranto.
Durante le lunghe guerre messeniche, gli Spartani erano impegnati nella conquista della città e dei territori di Messenia. Essendo gli uomini occupati, Sparta dovette affrontare il problema di un calo di nascite. Per ovviare a questo inconveniente dovuto alla guerra, alle donne spartane venne concesso di unirsi agli uomini della classe degli Iloti, dando la luce a figli illegittimi chiamati Parteni, che però non godevano dei diritti civili degli Spartani. Tra questi c’era Falanto. La storia ci dice che i Parteni iniziarono una rivolta contro Sparta per veder riconosciuti i propri diritti, ma fallirono e furono obbligati a lasciare la città. Falanto, prima di partire, interrogò circa il loro futuro l’Oracolo di Delfi, il quale predisse che avrebbero abitato la colonia di Saturo e sconfitto gli Iapigi. Falanto, allora, chiese come avrebbe fatto a riconoscere il momento più propizio per tale impresa e l’Oracolo così rispose:
“Quando vedrai piovere dal ciel sereno, conquisterai territorio e città.”
Con questi presupposti Falanto e i suoi partirono. La leggenda narra che durante il viaggio, venti di burrasca causarono il naufragio dei viaggiatori e Falanto venne salvato da un delfino, che lo trasportò sulla sua groppa fino a riva. I Parteni si stabilirono sul promontorio di Saturo, ma la vittoria contro gli Iapigi tardava ad arrivare. Un giorno Falanto, esausto e demoralizzato, si addormentò sulle ginocchia di sua moglie Etra, la quale, affranta per le avversità incontrate dal marito, si mise a piangere, bagnando con le sue lacrime il viso dell’uomo. Falanto si destò e tutto gli fu chiaro! Il significato del nome Etra è cielo sereno, dunque, quando Falanto vide “piovere” dal cielo sereno, capì che il momento di conquistare quella terra era finalmente arrivato. Così vinse contro gli Iapigi, fondò una nuova città e la chiamò Taras (Taranto) in onore del mitico eroe che tempo addietro aveva fondato Saturo.
Purtroppo, in seguito a conflitti con i concittadini, Falanto fu costretto a lasciare Taranto e a rifugiarsi a Brindisi, dagli Iapigi che in passato aveva sconfitto e lì visse fino alla morte. Prima di morire, però, volle compiere un ultimo gesto per la città da  lui fondata: fece spargere dai brindisini le sue ceneri nell’agorà di Taranto, con la promessa che così facendo si sarebbero assicurati la conquista della città. In realtà, ricordando una profezia fattagli dall’Oracolo di Delfi, spargendo le ceneri di Falanto entro le mura di Taranto, la città sarebbe rimasta inviolata. Con questo ultimo gesto a Falanto venne riconosciuto l’omaggio dovuto e venne raffigurato, come Taras, su monete e medaglie a cavallo di un delfino.
Questa è la leggenda della fondazione di Taranto, una storia che sottolinea quanto questa città sia legata alle sue origini, alla sua antica importanza come colonia greca e capitale della Magna Grecia e del suo rapporto col mare e i delfini, che ancor oggi nuotano nel suo golfo.

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